Esistono luoghi che, pur essendo stati cancellati dalle mappe fisiche, continuano a pulsare nel cuore di Genova. Uno di questi è la “Cheullia” (il Colle), un rione ferito le cui tracce sopravvivono oggi solo nella memoria orale, nelle canzoni dialettali e in una sottile persistente malinconia.
Anticamente adagiata lungo la valle del Rio Torbido, la Cheullia era il fulcro del quartiere di Madre di Dio, un labirinto fittissimo di vicoli che collegava Piazza Ponticello (l’attuale Piazza Dante) al Borgo dei Lanaiuoli, scendendo verso le Mura della Marina.

La Cheullia era un capolavoro di ingegneria spontanea, caratterizzata dalle celebri “case che si abbracciano”: edifici altissimi e stretti, letteralmente appoggiati l’uno all’altro per sorreggersi a vicenda e sfidare la pendenza del colle. In questo groviglio architettonico, nel cuore del Borgo dei Lanaiuoli, nacque Niccolò Paganini.
Ne deriva un’amara e quasi grottesca constatazione: mentre il mondo intero continua a celebrare il genio del “violinista del diavolo”, la sua città ha permesso che la sua casa natale venisse cancellata; infatti, nonostante le accorate proteste, la casa di Paganini fu demolita negli anni ’70 per far posto ad un moderno Centro Direzionale: è il paradosso di un presunto progresso che, per costruire il nuovo, ha ritenuto necessario annientare le radici fisiche del proprio mito più grande.
Per decenni, il brutale sventramento della zona è stato spacciato per un’operazione di “pulizia urbana”, necessaria per eliminare un focolaio di degrado e delinquenza.

In realtà, la situazione era opposta: un tempo la vita nella “Cheullia” si basava sull’assoluta fiducia reciproca che legava gli abitanti: in quell’epoca di povertà dignitosa, la sicurezza non era affidata a porte blindate e pesanti chiavistelli, ma a un senso di comunità oggi inimmaginabile. Le porte delle case venivano spesso chiuse semplicemente con lo “spaghetto”, un filo di spago o una catenella che bastava a segnalare l’intimità domestica senza escludere il prossimo; come dice la canzone di cui parleremo fra poco, «A-i mæ ténpi quàndi-a pòrta a s’arvîva co-o spaghétto / e a-a séia fîto in létto ne metéivan a dormî» (“Ai miei tempi quando la porta si apriva con lo spaghetto / e alla sera presto in letto ci mettevano a dormire”).

E questo atteggiamento non derivava da ingenuità o sbadataggine, ma dalla fiducia reciproca e dalla consapevolezza che nessuno sarebbe stato lasciato solo: in netto contrasto con l’isolamento dei quartieri moderni, dove l’anonimato regna sovrano, la Cheullia era un organismo vivente dove ogni finestra era un occhio vigile e benevolo sul vicino: bastava gridare da una finestra e tutti accorrevano a dare una mano.

Il progetto del Centro Direzionale è oggi riconosciuto come uno dei più grandi fallimenti urbanistici di Genova. Cancellando secoli di stratificazione storica in favore di spazi asettici e di un parco urbano che i genovesi non hanno mai sentito proprio, si è distrutta una comunità organica per sostituirla con un vuoto pneumatico che non è mai riuscito a integrare il tessuto sociale della città.

Tuttavia la memoria della Cheullia sopravvive e non è rimasta confinata tra le mura dei caruggi: ha anzi attraversato l’oceano, trovando casa nei porti del Sud America. Non a caso, la celebre “Canson da Cheullia” nasconde nel suo ritornello una citazione melodica di un tango di Carlos Gardel. Genova e Buenos Aires, unite dai flussi migratori dei lavoratori portuali, hanno trasformato la malinconia dei vicoli e la durezza della vita di banchina in musica: il tango della Cheullia è il ponte che unisce le due sponde del mondo sotto il segno di una comune radice operaia e marinara.

Autori della “Canson da Cheullia” furono Mario Cappello (1895-1954), che alla Cheullia era nato, ed Attilio Margutti; i due autori avevano anche creato la celebre “Ma se ghe penso”, canzone-simbolo di Genova. Cappello aveva soggiornato a Buenos Aires nel 1927, accompagnato dall’attore, amico e impresario Attilio Castagneto, che l’anno prima aveva già portato a Buenos Aires, in Argentina, l’attore Gilberto Govi; in un concerto al teatro Marconi, il 30 luglio di quell’anno, Cappello (acclamatissimo dagli emigranti italiani) cantò trentacinque brani in lingua genovese e molti altri in quella napoletana. Da questa esperienza argentina nacque la “Canson da Cheullia”.
Il testo parte dalla rievocazione dell’infanzia lontana: «L’é pasòu za tànti ànni de quànd’êa ancón pivèllo, / quéllo ténpo coscì bèllo che mâi ciù se peu ascordâ; / quànd’andâva into caróggio a demoâme co-i gardétti: / éimo di mascarsonétti che asetæ no poéivan stâ» (“Sono passati già tanti anni da quando ero ancora giovinetto, / quel tempo così bello che mai più si può dimenticare; / quando andavo nel “carugio” a divertirmi con i ragazzini: / eravamo dei mascalzoncelli che seduti non potevano stare”). Si riapre un mondo antico, con i giochi di strada, i passatempi con i compagnetti, il festoso inseguimento tra gli stretti vicoli.
Ovviamente, e inevitabilmente, si finiva per marinare la scuola optando invece per un salutare bagno al mare vicino ai “macchi” (i blocchi di cemento per le costruzioni portuali): «Me ne andâva alôa a schêua, ma e ciù vòtte mi-â fugîva / e formâva a comitîva, se n’andâvimo a bagnâ / in sci màcchi a-o Pàsso Nêuo a Sàn Pê lazù da-a Fôxe / e cantaimo sótto vôxe quést’antîga mæ cansón» (“Me ne andavo allora a scuola, ma il più delle volte me ne scappavo / e formavo la comitiva, ce ne andavamo a fare il bagno / sui macchi al Passo Nuovo a San Pietro laggiù dalla Foce / e cantavamo sotto voce questa antica mia canzone”).
Qui parte lo struggente ritornello, che commemora il quartiere scomparso: «Chéulia dónde t’ê? Me ricòrdo a mæ cazétta / de quànd’êa ancón figeu. / Chéulia dónde t’ê? / O ricòrdo mæ ciù câo / che ascordâse no se peu. / Chéulia dónde t’ê? / Co-î patæli, quàttro stràsse / e a fasciêua pò-u figeu» (“Chéulia dove sei? / Mi ricordo la mia casetta / di quando ero ancora bambino. / Chéulia dove sei? / Il ricordo mio più caro / che scordarsi non si può. / Chéulia dove sei? / Con i pannolini, quattro stracci / e la fascia per il bambino”).

La nostalgia induce a rinnegare il presente; si darebbe in cambio tutta la fortuna accumulata con il duro lavoro all’estero, pur di rivedere il quartiere dove si è nati e di rivivere le sensazioni di un tempo: «Mi daiéiva a mæ fortùnn-a / pe rivédde i mæ caróggi / e mæ stràsse, i mæ strofóggi / che me stâvan tànto a-o cheu» (“Io darei la mia fortuna / per rivedere i miei carugi, / i miei stracci, le mie cianfrusaglie / che mi stavano tanto nel cuore”).
Da questa fortissima spinta emotiva sorge una nuova rievocazione del passato, dei semplici giochi dei ragazzini e delle ragazzine di allora: «Fæto pöi ‘n pö ciù grànde me n’andâva a l’Acasêua / co-i figeu zugâvo a Lêua co-ê figétte da mæ etæ; / asetæ in scî scæn de pòrte se zugâvimo a-e bædìnn-e / e che e ziàrdoe fûsan mìnn-e s’occupàimo con piaxéi. / A-i mæ ténpi quàndi-a pòrta a s’arvîva co-o spaghétto / e a-a séia fîto in létto ne metéivan a dormî» (“Diventato poi un po’ più grande me ne andavo all’Acquasola / con i ragazzini giocavo a rimpiattino, con le ragazzine della mia età; / seduti sugli scalini delle porte ci giocavamo i semi della carruba / e badavamo con piacere a che il perno delle trottole fosse ben appuntito. / Ai miei tempi quando la porta si apriva con lo spaghetto / e alla sera presto in letto ci mettevano a dormire”).
Ne deriva un nuovo, categorico rifiuto del denaro, delle “palanche”, che non possono ricomprare la gioia perduta: «Cöse són quéste palànche? Cöse sèrvan a ‘n vegétto / se a seu câza meschinétto fòrse no-a vediâ mâi ciù?». (“Che cosa sono questi soldi? A che servono a un vecchietto / se la sua casa, poverino, forse non vedrà mai più?”). E poi si dice che i genovesi pensano sempre al denaro e non hanno cuore…
In conclusione, si ripete il ritornello, che ripropone quella domanda che resta senza risposta: «Chéulia dónde t’ê?». La perdita è inestimabile: non sono sparite solo le strade, le case, le pietre, ma un intero ecosistema di socializzazione umana.

P.S.: La canzone si trova facilmente su YouTube: un’esecuzione dei Trilli è accompagnata da immagini d’epoca al link https://www.youtube.com/watch?v=ixDJo3QmIII; si tratta della versione più amata e popolare: il duo (Pippo e Pucci) ne ha fatto un inno generazionale per i genovesi.
Altre versioni furono incise da “pilastri” della canzone popolare genovese come Franca Lai e Piero Parodi o da cantanti famosi come il compianto Gino Paoli (che ne diede una versione molto raffinata nell’album “Ciao, salutime un po’ Zena” del 1975) o come i Ricchi e Poveri (che nel 1977 ne offrirono un’interpretazione più moderna e polifonica.
MARIO PINTACUDA
Palermo, 31 marzo 2026