Sul “Giornale di Sicilia” di oggi, 28 maggio 2026. si legge un articolo di Riccardo Arena, intitolato “Non può bastare dire che altrove va peggio”. L’articolo affronta il problema della drammatica situazione dell’ordine pubblico a Palermo: «l’escalation spavalda, spocchiosa, violenta e incontrollata di bulli e maranza muniti di kalashnikov, bottiglie incendiarie, pistole, munizioni, tritolo, soggetti autonomi e sgomitanti o telecomandati da figure di peso di Cosa nostra, scarcerate e verosimilmente tornate alle vecchie residenze e ai consueti affari, non va sottovalutata né liquidata facendo spallucce e pensando che magari a Taranto va peggio o che le statistiche in fondo dicono che, “rispetto al decennio precedente, la delittuosità è al -24%”, come ha detto ieri il ministro Piantedosi. E comunque arrivano le telecamere, ben 60 in più per una città di 625 mila abitanti e con un territorio di 160 km quadrati, ci sono più forze dell’ordine, le zone rosse… I bulli e/o i mafiobulli però non se ne sono accorti. E continuano, come se nulla fosse».
Arena presenta un quadro angosciante ma assolutamente veritiero del clima dilagante nel capoluogo siciliano: «Palermo non è certamente quella degli anni bui ma sembra precipitata in un vortice incontrollato di minacce, intimidazioni, grilletti facili, violenze fisiche, attacchi agli imprenditori e alle attività parassitariamente ritenute più interessanti dai teorici e soprattutto pratici del pizzo e del guadagno facile attraverso gli stupefacenti. Fenomeni diversi, senza dubbio, ma facce della stessa medaglia, che parlano di una città in cui si esce di casa e si può beccare il pistolero che, nel vecchio West metropolitano, circola armato, non si sa mai dovesse fare brutti incontri. Oppure, se hai un’attività e non ti sei messo a posto, ti prendi qualche pallottola di kalashnikov che, così continuando, prima o poi centrerà qualcuno».
Di fronte a questa realtà preoccupante, l’articolista conclude così: «ci permettiamo di chiedere alle Istituzioni, dal sindaco al prefetto, dal questore al comandante dei vigili, non di schierare eserciti di uomini, che magari non ci sono e che comunque non potrebbero presidiare ogni angolo di strada, ma di recuperare forze da uffici o da incarichi non proprio operativi, di far vedere la presenza dello Stato dove serve, soprattutto alla gente comune, quella che lavora e che è – in maniera sacrosanta – smarrita e disorientata».
Ora, se la prima parte dell’articolo appare ineccepibile, le conclusioni appaiono più teoriche che concrete. Si può sicuramente chiedere “alle Istituzioni, dal sindaco al prefetto, dal questore al comandante dei vigili” di rastrellare il (poco) personale disponibile, sollevandolo dagli “incarichi non proprio operativi”; ma questo non servirebbe di certo a “far vedere la presenza dello Stato dove serve”. Perché? Il motivo è presto detto: il problema dell’ordine pubblico, a Palermo come a Milano, a Torino, a Roma e in tutto il territorio nazionale non viene affrontato mai sul serio, ma diventa solo l’ennesima occasione per farci assistere al solito stucchevole e disgustoso scaricabarile fra destra e sinistra, con i perenni scopi elettoralistici che sono diventati l’unico eterno movente di ogni dichiarazione politica in questo Paese, da sinistra come da destra, anzi da pseudosinistra a pseudodestra (il centro risulta non pervenuto e inesistente).
Quando al governo era la sinistra (e quando lo è attualmente in certe realtà locali, ad es. a Milano o a Genova), la destra attribuiva ogni atto delinquenziale e ogni turbamento dell’ordine pubblico all’incapacità degli avversari; ma ora che il governo centrale è di destra-destra e che è anche alla guida di molte città (fra cui è Palermo), hanno buon gioco le opposizioni di sinistra a denunciare la mancata attuazione di misure efficaci contro l’escalation della criminalità, micro e non micro.
In realtà c’è un problema serio e immutato, con qualunque governo al potere: non è cambiato, infatti, l’assetto ultragarantistico del nostro Paese. Per molti reati esistono bilanciamenti, tutele e misure alternative che evitano la detenzione in cella, soprattutto nelle fasi precedenti alla condanna definitiva o per pene sotto una certa soglia. La custodia cautelare non è una punizione anticipata, ma serve solo se c’è pericolo di fuga, di inquinamento delle prove o di reiterazione di gravi reati; se invece il giudice ritiene che questi rischi non sussistano o siano lievi, l’indagato attende il processo a piede libero. Inoltre, per disporre la custodia cautelare in carcere, il reato deve prevedere una pena massima superiore a 5 anni; molti furti semplici o lesioni personali lievi non superano questa soglia, rendendo il carcere preventivo legalmente impossibile. La riforma Cartabia del 2022, oltre ad aver fallito il suo obiettivo (che era quello di accelerare e digitalizzare i processi civile e penale, riducendo i tempi della giustizia), ha ulteriormente spinto verso le “pene sostitutive non detentive” (come il lavoro di pubblica utilità o la detenzione domiciliare), ponendo il carcere come “extrema ratio” solo per i reati violenti, di criminalità organizzata o recidive gravi.
Di questa situazione sono perfettamente a conoscenza i delinquenti: alcuni programmi giornalistici hanno di recente presentato interviste a soggetti “pericolosi” (si badi bene, tanto stranieri quanto italiani) che letteralmente se la ridono delle minacce repressive, manifestano sarcastico disprezzo per le forze dell’ordine (per le quali non nutrono più alcun timore reverenziale, conoscendo i limiti delle loro modalità di intervento) e dimostrano una sfrenata arroganza, ostentata pubblicamente e impunemente nei social (sono diventati “virali” i video di “maranza” che ballano la cosiddetta “danza dei coltelli”, spesso girati in luoghi pubblici).
Ieri sera un ragazzo bresciano, intervistato a “4 di sera”, dopo aver testimoniato la realtà appena descritta, ha aggiunto lucidamente che all’educazione dei giovani sono venuti a mancare non solo i genitori (tolleranti, conniventi o assenti) ma anche la scuola (che a suo parere ha perso a sua volta ogni autorevolezza, come dimostrano le ricorrenti violenze contro gli insegnanti). Parole impietose e ingenerose, ma che hanno purtroppo un fondo di drammatica verità (e ci si chiede quanto sia “educativo” per un giovane violento che ha aggredito il suo professore non ricevere da quest’ultimo nessuna denuncia…).
Certo, il discorso sarebbe molto più complesso, articolato e vasto, però alcune conclusioni appaiono innegabili.
1) Sono idealmente lodevoli i “progetti a lungo termine” che hanno spesso proposto i movimenti progressisti: risanamento dei quartieri degradati, eliminazione della marginalità sociale ed economica, ristrutturazione delle periferie, creazione di centri culturali, sportivi e spazi di aggregazione gratuiti per sottrarre i giovani alla strada e alle piazze di spaccio, contrasto della dispersione scolastica, inserimento stabile di psicologi e assistenti sociali negli istituti per intercettare il disagio prima che diventi reato. Ma tutti questi progetti (di cui sento parlare da almeno mezzo secolo) si sono sempre rivelati difficili da attuare per mille problemi (burocratici, amministrativi, politici, economici, ecc.). Il risultato è stato ed è che mentre a Roma si discute, mille Sagunto continuano ad essere quotidianamente espugnate.
2) Andrebbe eliminata la stolta opinione precostituita per cui qualunque atteggiamento “repressivo” sia “di destra”; la “repressione”, in realtà, è soltanto la normalissima capacità di individuare i colpevoli dei reati, assicurarli alla giustizia e impedire che tornino a delinquere senza avere scontato la pena (e non occorrerebbe tanto aumentare le pene quanto far sì che queste pene siano davvero scontate). Ogni volta che si ha paura della divisa, magari per l’incubo ricorrente che a sinistra si è avuto dagli anni ’60 (i carri armati per le strade, i golpe sempre temuti e mai avvenuti per la democraticissima tenuta del nostro esercito), ci si dimentica che il balenare delle divise è una delle poche cose che dà davvero fastidio a certi mascalzoni arroganti e ignoranti (ricordo benissimo le parole di certi malacarne in proposito).
3) Appare innegabile che né a destra né a sinistra né nell’inesistente centro si riuscirà a risolvere il problema sino a che non esisterà una collaborazione “a campo larghissimo” sul problema. Fino a che invece l’ordine pubblico sarà solo il pretesto per reciproci insulti a scopo elettoralistico, i cittadini potranno stare sicuri che alla soluzione del problema, in realtà, continuerà a non pensare nessuno.
Un’ultima considerazione: nel 2025 una relazione del Ministero dell’Economia ha confermato che l’evasione fiscale in Italia ammonta a circa 90-100 miliardi di euro all’anno di mancato gettito, corrispondenti a quasi un quinto (circa il 17%-20%) di tutte le entrate tributarie teoricamente dovute
Con quei 90-100 miliardi di euro quante carceri nuove e meno degradate si potrebbero costruire? Quanti nuovi carabinieri, poliziotti e finanzieri si potrebbero assumere e quanti altri se ne potrebbero retribuire meglio? Quanti di quei progetti “utopistici” potrebbero essere finalmente e concretamente avviati?
Mettano fine, i nostri politicanti, alla loro rivoltante campagna elettorale perenne.
Affrontino seriamente l’amministrazione della cosa pubblica.
Smascherino le complicità e le connivenze che hanno favorito e favoriscono i delinquenti.
Lo facciano nel loro stesso interesse, perché (come scrive Lirio Abbate su “Repubblica” di oggi), «una città che vive nella paura chiede di essere protetta. E quando questa protezione viene meno, quando l’angoscia entra nelle case e condiziona la vita quotidiana, non è soltanto l’ordine pubblico a entrare in crisi. È la credibilità stessa delle istituzioni. E una città che non si fida più di chi la governa è una città che qualcun altro, nell’ombra, ha già cominciato ad amministrare».
Palermo, 28 maggio 2026