La ricorrenza di “San Salvatore” e un ricordo del 1973

Il 6 agosto la Chiesa celebra la Trasfigurazione di Nostro Signore. Eppure, in Sicilia, la teologia cede il passo alla devozione onomastica, per cui oggi è il giorno di “San Salvatore”.

Nella mia famiglia, il nome Salvatore era una faccenda seria, un’eredità da gestire con precisione notarile: c’era stato mio nonno Salvatore, c’era mio padre (che parenti e amici chiamavano “Totò”), c’era mio cugino (figlio di un fratello di papà) che era un bravissimo medico e che per tutta la vita (a causa della concorrenza del suo zio e padrino) fu chiamato “Totuccio”.

Anche quando i miei genitori e io vivevamo a Genova, il 6 agosto eravamo a Bagheria. La ricorrenza di “San Salvatore” era quindi immancabilmente festeggiata con un pranzo speciale, con la riunione di tutti i Pintacuda o nella “villetta” di via Papa Giovanni o in un ristorante.

Oggi ho qui davanti agli occhi una foto scattata lunedì 6 agosto 1973 (che allego): ritrae la famiglia Pintacuda presso il ristorante “da Silvio”, che si trovava nella litoranea fra Aspra e Porticello, con una splendida terrazza sul mare.

La cucina di Silvio era un inno alla materia prima: il pesce azzurro grigliato e gli antipasti di mare crudi erano il preludio agli indimenticabili spaghetti allo scoglio, ribattezzati “alla Silvio”. Era una qualità talmente eccelsa, una freschezza talmente sfacciata, che avrebbe strappato un cenno di approvazione persino al commissario Montalbano.

Nella foto ci siamo tutti: da sinistra si vedono mio cugino Pietro Maggiore (il poeta dialettale), mio padre (festeggiato n. 1), mia cugina Giovanna con in braccio la piccola figlia Maria, mio zio Masino seduto, in piedi Totuccio (festeggiato n. 2), io (in versione “barbuta”), Anna Maria (moglie di Totuccio), mia madre (“Pupetta”), Francuccia (la ragazza che collaborava in casa di mia zia Anna), di spalle la zia Giuseppina, la mia zia e madrina Anna, la zia Ciccina e a destra lo zio e padrino Nino.

Il pranzo fu ottimo, come sempre avveniva da Silvio: mentre gli adulti si perdevano tra i sapori del mare, io (sia pure dopo gli inevitabili e buonissimi “spaghetti alla Silvio”) ripiegavo su rassicuranti scaloppine al vino bianco; ancora non avevo scoperto le delizie dei menu di pesce, di cui in seguito sono divenuto un patito.

La temperatura era ideale: a Bagheria la minima era stata di 21° e alle 15 c’erano 27°. Oggi, in un’epoca di estati feroci, quel dato appare come un miraggio, il residuo di una perduta età dell’oro climatica. Cinquant’anni di assassinio dell’ambiente hanno trasformato il piacere dell’estate in un’esperienza mostruosa e aberrante. Allora, il caldo era un compagno discreto; oggi è un’emergenza sanitaria, un nemico da cui barricarsi in stanze climatizzate, rimpiangendo quel vento leggero che nel 1973 accarezzava la terrazza di Silvio senza bruciare la pelle.

Io avevo appena terminato il I anno di Lettere classiche a Genova. Quell’estate a luglio avevamo fatto un bellissimo viaggio in Austria, per cui eravamo arrivati in Sicilia più tardi del solito; quella riunione di famiglia fu dunque un’occasione particolarmente piacevole e divertente.

Ricordo, in sottofondo, la musica discreta di sottofondo proveniente da un juke-box, che trasmetteva la colonna sonora di quell’estate: al 1° posto della Hit Parade c’era “Perché ti amo” dei Camaleonti, al 2° “Pazza idea” di Patty Pravo, al 3° “Sempre” di Gabriella Ferri, al 4° “Minuetto” di Mia Martini, al 5° “My love” di Paul McCartney e al 6° “Daniel” di Elton John (che era in classifica anche con “Crocodile rock” all’8° posto).

Queste canzoni, ovviamente, nei testi e nella musica non potevano competere con l’attuale tormentone della rapper spezzina Anna Pepe, “White girl wasted”, il cui testo ispirato dice: “Lasciami stare, sono white girl wasted / Stasera la tua lei diventa la mia baby / Non mi so, non mi so comportare da lady / De-De-Dentro il club vado hard, turn the speakers up”. Curiosamente, Anna Pepe è di La Spezia, proprio come Roberto Vannacci, che nel 1973 aveva solo 5 anni e probabilmente si preparava già a scrivere testi altrettanto profondi.

Mentre brindavamo, l’Italia politica scivolava tra il quarto governo di Mariano Rumor (quadripartito di centro-sinistra) e la presidenza di Giovanni Leone. Nulla lasciava presagire che, appena due mesi dopo, la guerra dello Yom Kippur avrebbe innescato uno tsunami energetico capace di quadruplicare il prezzo del petrolio (da 3 a 12 dollari al barile).

Per far fronte alla scarsità di carburante e al deficit energetico, Rumor approvò una serie di misure drastiche per il contenimento dei consumi: fu il desolante periodo dell’“austerity” (inverno 1973-1974) che passò alla storia per le “domeniche a piedi”, dato il divieto assoluto di circolazione per i mezzi motorizzati privati durante i giorni festivi. Le città si riempirono di biciclette, pedoni e carrozze a cavalli; fu anticipata la chiusura di cinema, teatri e negozi; i programmi televisivi della Rai dovevano terminare tassativamente entro le ore 23 (cioè quando ora sono iniziati da poco); bar e ristoranti dovevano chiudere entro mezzanotte.

Quella crisi non fu solo economica; fu il trauma che svezzò una generazione, insegnandoci che il benessere non era un diritto acquisito, ma una variabile dipendente dagli umori del Medio Oriente.

Sicuramente anche il ristorante “da Silvio” dovette risentire della crisi; ma sopravvisse, perché l’anno dopo tornammo a frequentarlo. Quel pranzo del 6 agosto 1973, intanto, fu l’apogeo di una felicità precaria, l’ultima istantanea di un mondo che stava per cambiare volto.

Oggi, nel ricordo di quegli anni lontani, rivolgo un pensiero a mio padre, con tanti affettuosi auguri di buon onomastico a lui, a Totuccio, a tutti i Salvatore e anche alle Salvatrici: in Sicilia infatti ci sono tra 10.000 e 15.000 donne che si chiamano Salvatrice. Il nome Salvatrice è un vero e proprio reperto d’identità territoriale: oltre l’80% delle donne che portano questo nome risiede nell’Isola (tra le 10.000 e le 15.000 persone). Persino il glamour del cinema nasconde queste radici: la celebre Sandra Milo, icona felliniana, era all’anagrafe Salvatrice Elena Greco: nata a Tunisi da padre siciliano, incarnava perfettamente quella diaspora isolana che manteneva intatti i legami con la propria terra attraverso il battesimo.

Ma se oggi, 53 anni dopo, potessimo tornare a quella terrazza del ristorante “da Silvio”, cosa diremmo a Totò, a Totuccio e agli altri commensali? Forse nulla (meglio non rivelare le delizie del tempo futuro). Ci limiteremmo a raccomandare loro di non avere fretta di finire quegli spaghetti, di godersi ogni grado di quei dolci 27 gradi centigradi e di ascoltare “Minuetto” di Mia Martini fino all’ultima nota.

Perché, fuori da quella terrazza, il 1973 stava per spegnere la luce.

MARIO PINTACUDA

6 agosto 2026, “San Salvatore”

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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