Il frammento musicale dell’ “Oreste” di Euripide

I documenti di musica greca in nostro possesso sono giunti conservati su pietra e in antichi papiri rinvenuti dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri. Fra essi (in tutto poco più di una decina), è particolarmente importante un frammento dell’Oreste di Euripide, con notazione vocale, da un papiro egiziano del I-II sec. d.C., assai danneggiato, che è conservato presso la Biblioteca Nazionale di Vienna (Pap. Wien G 2315); il papiro faceva parte della collezione dell’arciduca Ranieri d’Asburgo e fu pubblicato nel 1892 da Karl Wessely.

Vi è compresa la melodia dei vv. 338-343 della tragedia, appartenenti all’antistrofe del I stasimo. Non è da tutti accettata, ma è sostenuta da molti, l’interpretazione che assegna il brano al genere “enarmonico”, che prevedeva l’esecuzione dei quarti di tono, cioè di intervalli minori del semitono (per comprendere meglio, si tratta di sonorità intermedie fra il do e il do diesis, che ad es. si collocherebbero fra tasto bianco e tasto nero del pianoforte). L’adozione della melodia enarmonica proverebbe “che le parti corali del dramma greco non erano per niente semplici o da dilettanti” (C. Sachs, La musica nel mondo antico, Rusconi, Milano 1992, pp. 266-267).

Il ritmo metrico è docmiaco (il docmio ha il seguente schema di base: ∪ — —∪ —).

Nello stasimo il coro delle donne argive invoca l’oblio per Oreste; il suo terribile stato induce a ricordare che la prosperità non è durevole fra i mortali.

L’ordine dei versi è piuttosto travagliato nelle edizioni critiche; nel papiro i vv. 338-343 sono disposti nell’ordine tradizionale, mentre l’edizione del Murray modificava la sequenza dei vv. 338-340 (citiamo per chiarezza anche il v. 344, assente nel papiro viennese):

338 ματέρος αἷμα σᾶς, ὅ σ’ ἀναβακχεύει;

340 Ὁ μέγας ὄλβος οὐ μόνιμος ἐν βροτοῖς·

339 κατολοφύρομαι κατολοφύρομαι.

341 Ἀνὰ δὲ λαῖφος ὥς

342 τις ἀκάτου θοᾶς τινάξας δαίμων

343 κατέκλυσεν δεινῶν πόνων ὡς πόντου

344 λάβροις ὀλεθρίοισιν ἐν κύμασιν

Questa la traduzione di Enrico Medda: «… il sangue di tua madre che ti rende folle? / Io ti compiango, io ti compiango. / La grande prosperità non dura fra i mortali: / scuotendola come la vela di una barca veloce / un dèmone l’ha sommersa nei violenti, / mortali flutti di mali tremendi, come in quelli del mare».

L’analisi della notazione musicale del frammento (che i Greci rendevano con le lettere dell’alfabeto) evidenzia, secondo alcuni musicologi, il rispetto della norma per cui la sillaba contraddistinta dall’accento acuto era melodizzata su una nota più alta rispetto alle altre sillabe atone (ciò si verifica 5 volte su 6 accenti acuti).

La partitura sembra poi mostrare uno stretto legame fra testo e musica: il paragone della sorte umana con una nave veloce squassata dalle tempeste trova adeguata rappresentazione fonica nel fluttuare della melodia, che ondeggia prima al grave e poi all’acuto; e non a caso l’autore fa coincidere nei toni più acuti “la grande prosperità” e “la vela di una barca veloce” e in quelli più gravi “il sangue di tua madre” e “un dèmone l’ha sommersa”.

Si può affermare che solo i grandi madrigalisti “cromatici” del ‘500 (Marenzio, Gesualdo, Monteverdi) raggiunsero una così completa fusione della poesia col suono, mirante a colorire musicalmente il significato delle parole e a sottolineare con intensa penetrazione psicologica ogni gradazione dei sentimenti umani.

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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