Lucia, la “bella baggiana”

Gli ultimi due capitoli dei “Promessi Sposi” (il XXXVII e il XXXVIII) sono apparsi a molti critici un inutile prolungamento di una vicenda ormai conclusa. Il ricongiungimento fra Renzo e Lucia nel lazzaretto, il testamento spirituale di Padre Cristoforo e l’ultima immagine di Don Rodrigo moribondo avrebbero potuto costituire, secondo alcuni, un finale più efficace e meno inutilmente dilazionato.

In realtà però gli ultimi due capitoli, oltre a testimoniare l’evidente legame affettivo dell’autore per i suoi personaggi (da cui in qualche modo non riesce a distaccarsi), presentano un “lieto fine” che viene problematizzato in diversi punti e che risulta meno trionfalistico di come molti lettori superficiali potrebbero credere.

È vero, ad esempio, che il marchese che prende il posto di don Rodrigo (in qualità di “erede per fidecommisso”) è “un bravissim’uomo” (come lo definisce subito Renzo che ne ha appreso l’arrivo), “un bravo signore davvero” (come dice don Abbondio che ne ha sentito parlare bene più volte); ed è vero anche che il nuovo signorotto, in un affabile colloquio con il curato, si mostra propenso a riparare ai torti commessi dal suo predecessore, risarcendo i due promessi sposi dalle troppe ingiustizie subìte (acquisterà infatti a prezzo fin troppo generoso la vigna di Renzo e le case dei due giovani, “due topaie” a detta di don Abbondio).

F. Gonin, “Don Abbondio e il marchese”

Tuttavia, in occasione del matrimonio finalmente celebrato, il marchese, dopo aver invitato i due sposi a pranzare al suo palazzo, si guarda bene dal mangiare con Renzo, Lucia, Agnese e la mercantessa, ritirandosi a pranzare “altrove” con don Abbondio. L’atteggiamento “classista” del marchese è ritenuto comprensibile da Manzoni, che realisticamente non esagera in idealizzazioni improbabili: «Ve l’ho dato per un brav’uomo, ma non per un originale, come si direbbe ora; v’ho detto che era umile, non già che fosse un portento d’umiltà».

G. Bertini (1825-1898) “Renzo e Lucia sposi”

Un altro elemento “problematico” è il distacco dei due novelli sposi e di Agnese dal paese natio: anche se questo addio è doloroso, si tratta di un dolore “non molto forte” e volutamente scelto; in effetti, la morte di don Rodrigo e la revoca del bando nei confronti di Renzo rendevano il trasferimento teoricamente superfluo («avrebbero potuto risparmiarselo, stando a casa loro»), ma – come spiega l’autore – troppi brutti ricordi si legavano ormai a quel villaggio: «le memorie triste alla lunga guastan sempre nella mente i luoghi che le richiamano»; il concetto è chiarito con la similitudine del lattante che si stacca dalla balia che lo ha allattato quando lei bagna il seno d’assenzio (cioè di un liquore amaro) per svezzare il bambino.

D’altro canto l’accoglienza riservata a Lucia nel bergamasco è deludente. I paesani erano stati infatti assai curiosi di conoscere la fanciulla per la quale Renzo aveva sofferto così tanto; in particolare era nata «una certa aspettativa della sua bellezza». Ma la realtà si rivela deludente: «quando comparve questa Lucia, molti i quali credevan forse che dovesse avere i capelli proprio d’oro, e le gote proprio di rosa, e due occhi l’uno più bello dell’altro, e che so io? cominciarono a alzar le spalle, ad arricciar il naso, e a dire: “Eh! l’è questa? Dopo tanto tempo, dopo tanti discorsi, s’aspettava qualcosa di meglio. Cos’è poi? Una contadina come tant’altre. Eh! di queste e delle meglio, ce n’è per tutto”. Venendo poi a esaminarla in particolare, notavan chi un difetto, chi un altro: e ci furon fin di quelli che la trovavan brutta affatto».

In queste poche righe, in realtà, Manzoni prende ironicamente le distanze da certi cliché dei romanzi della sua epoca (e non solo), che prevedevano protagoniste di sublime bellezza, con i capelli biondi e le gote di rosa. Ma la circostanza gli è utile anche per negare il luogo comune del “lieto fine” che, nella vita reale, non può essere mai tale del tutto: «Miserie; ma ci vuol così poco a disturbare uno stato felice!».

Fatto sta che Renzo prende malissimo le chiacchiere dei suoi nuovi compaesani, diventa “sgarbato con tutti” (vedendo in ognuno un possibile critico di Lucia), assume un comportamento scostante e sarcastico; insomma «non eran pochi quelli che l’avevan già preso a noia». In questa situazione sempre più “invivibile”, capita a fagiolo un affare fiutato dal cugino Bortolo, che con Renzo decide di acquistare un altro filatoio alle porte di Bergamo.

La trasformazione di Renzo da contadino/operaio a piccolo-medio imprenditore consente un nuovo trasferimento in un altro villaggio che, oltre che consentire l’avvio di una più lucrosa attività lavorativa, offre ai due sposi una situazione ambientale migliore: «Quando poi i nuovi padroni vennero a stare sul loro, Lucia, che lì non era aspettata per nulla, non solo non andò soggetta a critiche, ma si può dire che non dispiacque; e Renzo venne a risapere che s’era detto da più d’uno: “Avete veduto quella bella baggiana che c’è venuta?” L’epiteto faceva passare il sostantivo». [Con il termine “baggiano”, cioè “fessacchiotto, babbeo, sprovveduto”, i bergamaschi chiamavano ironicamente i milanesi].

L’immagine di Lucia continua così ad esserci presentata indirettamente: per don Abbondio (e prima ancora per Perpetua) era una “madonnina infilzata”, per i compaesani bergamaschi “una contadina come tant’altre”, per i nuovi compaesani una “bella baggiana”.

L’autore, in realtà, aveva accennato in pochissime occasioni all’aspetto fisico della protagonista: alla fine del II capitolo, nella sua prima apparizione in abito da sposa, Manzoni sottolineava che «oltre a questo, ch’era l’ornamento particolare del giorno delle nozze, Lucia aveva quello quotidiano d’una modesta bellezza, rilevata allora e accresciuta dalle varie affezioni che le si dipingevan sul viso: una gioia temperata da un turbamento leggiero, quel placido accoramento che si mostra di quand’in quando sul volto delle spose, e, senza scompor la bellezza, le dà un carattere particolare». La descrizione, come si vede, era più caratteriale e psicologica che fisica: e la “modesta bellezza” non va intesa come “una bellezza media e non eccezionale” ma come “bellezza accompagnata dalla modestia”, che è il dato più importante e più rilevante in Lucia.

Nicola Cianfanelli (1793-1848), “Lucia prova l’abito di nozze”

Proprio alla “bella baggiana” tocca tirare le fila del romanzo, quando – divenuta ormai madre di una bambina di nome Maria e di «non so quant’altri, dell’uno e dell’altro sesso» – potrà contrapporre al racconto che Renzo fa delle sue avventure e delle «gran cose che ci aveva imparate» un più semplice e ineccepibile bilancio conclusivo: «E io […] cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me. Quando non voleste dire, – aggiunse, soavemente sorridendo, – che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi». Qui (finalmente!) Lucia ammette di aver sempre voluto bene a Renzo, anche se – in un romanzo che prende il titolo da due promessi sposi – non c’è mai stata una sola concessione alla passione fra i due ragazzi.

La famiglia di Renzo e Lucia

Ma la cosa principale, per l’autore, era tirare fuori il “sugo della storia”, ispirato a una sorta di pacata saggezza: i guai vengono, anche a chi non se li merita, senza un motivo che risulti comprensibile agli esseri umani; e tuttavia Renzo e Lucia, dopo aver riflettuto insieme, «conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia».

In realtà la visione dell’autore era assai più problematica, specialmente quando, esaminando gli eventi storici, si rendeva conto di come la Provvidenza non intervenisse se non raramente, mentre ingiustizia e violenza restavano indisturbate nella prassi quotidiana; Manzoni dunque, pessimisticamente, ipotizzava e sperava che solo in una vita  ultraterrena potesse esistere un risarcimento per le vittime della storia: a queste invece non poteva che consigliare di accettare i mali con rassegnazione, senza perdere mai la fede in Dio.

Un’ultima considerazione.

Abbiamo visto come, anche nel lungo “lieto fine”, non siano mancati momenti difficili per i due protagonisti. Tuttavia Manzoni, dopo aver riferito l’ultima similitudine che dice di trovare nel testo del suo “anonimo” (quella che paragona la vita umana a quella di un “infermo che si trova sur un letto scomodo” e che cerca invano altri letti migliori), accenna in tre righe ai futuri eventi della vita di Renzo e Lucia: «Dolori e imbrogli della qualità e della forza di quelli che abbiam raccontati, non ce ne furon più per la nostra buona gente: fu, da quel punto in poi, una vita delle più tranquille, delle più felici, delle più invidiabili; di maniera che, se ve l’avessi a raccontare, vi seccherebbe a morte». La vita “normale”, con il suo tran-tran non privo di difficoltà e amarezze, secondo Manzoni può risultare “noiosa” e non è ritenuta un buon soggetto per un romanzo.

Ci vorranno ancora alcuni decenni perché l’esperienza verista faccia il passo in più necessario a rendere oggetto di narrazione anche i momenti di vita quotidiana più disadorni e squallidi, in un’ottica di fedele “fotografia” dell’esistenza umana.

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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