“Camilleriade”

Il volume “Camilleriade – I luoghi, il commissario, i romanzi storici”, appena pubblicato dalle edizioni Diogene Multimedia, è stato scritto “a sei mani” da Vito Lo Scrudato, Bernardo Puleio e me. Non è la prima volta che scriviamo insieme un libro, poiché cinque anni fa pubblicammo con Vittorietti “Sicilitalia – Scontro-incontro fra Lingue, Identità, Culture”.

Bernardo Puleio, Vito Lo Scrudato e Mario Pintacuda

Il titolo principale del volume, “Camilleriade”, intende sottolinearne la dimensione quasi “epica”: ognuno di noi, infatti, si è cimentato in un’avventura critica tanto ardua quanto appassionante, con l’intenzione prioritaria di rendere un doveroso tributo a uno scrittore di cui riconosciamo concordemente la straordinaria importanza a livello letterario, storico e culturale in senso lato.

In questa particolare ottica, il risultato finale “è” e “non è”, al tempo stesso, un “saggio critico”: infatti, ognuno dei tre autori ha colto l’occasione, parlando di Camilleri, di mettere alla prova il proprio mondo culturale e interiore, ritrovando spesso ricordi lontani e magiche sensazioni della nostra vita.

Inoltre, nota caratteristica di questa fatica (che da noi non è stata mai avvertita come tale) è stato il “divertissement”, «desunto dallo stesso diletto dello scrivere di Andrea Camilleri» (come precisa ancora Lo Scrudato); semmai è stato il nostro rigore professionale di docenti, spesso, a rimetterci in carreggiata e a riportare la nostra scrittura nei binari dell’ortodossia filologica.

Andrea Camilleri

Il libro si articola in tre parti e tre appendici.

Vito Lo Scrudato

Nella prima parte (“Camilleri, i luoghi, l’arte, i pinsèri”) Vito Lo Scrudato, cammaratese e quindi quanto mai vicino geograficamente, storicamente e culturalmente a Camilleri, indugia anzitutto nell’analisi dei luoghi descritti dall’autore empedoclino, trasportandoci da Vigàta e Montelusa (alias Porto Empedocle e Agrigento) a Boccadasse, dalla sua natìa Cammarata a Palma di Montechiaro, dall’eremo della Quisquina al Teatro Greco di Siracusa.  

Invano però si cercherebbe, in questo viaggio (che è anche un viaggio nella memoria), un criterio rigido, un ordine, una (chiamiamola così) logica stringente; la trattazione procede invece, con un fare divagatorio costante/scostante, con un tono dichiarato di “babbìo”, in una sorta di conversazione amichevole che nega sul nascere ogni paludata dissertazione accademica.

Del resto, in questo modo, Lo Scrudato ritiene giustamente di essere perfettamente sulla stessa rotta di Camilleri, del quale sottolinea correttamente la “levità” e “leggerezza”: «I fatti lontani fisicamente diventano più facilmente manipolabili, il babbìo prende libero corso, la nostalgia, che Camilleri ha più volte confessato di avere nutrito costantemente, viene consolata da queste rivisitazioni creative, improntate al divertimento sfrenato, sul piano dell’effetto grottesco; la levità diventa stile, l’invenzione comica si fa sterminata, il rapporto dell’autore con la scrittura diventa una copula goduriosa, la trasfigurazione è compiuta, l’effetto sul lettore è ovviamente simmetrico e coinvolgente» (p. 95).

Ci si sposta dunque dalle donne dei romanzi camilleriani alla straordinaria lingua “vigatese”, dal legame con i luoghi pirandelliani alla dettagliata rievocazione del rapporto di Camilleri con lo scrittore agrigentino, dalle miniere di zolfo a un altro accurato giro per Vigàta, con un gustoso riferimento alla trattoria di Enzo Sacco, che ha ispirato le pagine in cui sono descritti i lauti pasti di Salvo Montalbano (e qui Lo Scrudato conferma di essere “liccu” e buona forchetta almeno tanto quanto lo è il celebre commissario camilleriano…).

Non manca qualche sassolino tolto dalle capienti scarpe di Lo Scrudato, sia che faccia sue le polemiche sulla Sicilia postunitaria, sia che evidenzi certe contraddizioni all’interno dell’ideologia camilleriana, sia ancora che ne contesti l’atteggiamento “antichiesastro” (magari mettendolo a impietoso confronto con alcune pagine di Sciascia).

Resta però predominante l’ammirazione per Camilleri, cui è riconosciuto il merito di aver provocato una «netta inversione di tendenza» nella percezione della Sicilia da parte della comunità nazionale ed internazionale, «riportata finalmente ad una realtà largamente caratterizzata dalla bellezza dell’Isola e della cultura dell’accoglienza e del rispetto della sua gente, soprattutto grazie alla travolgente realtà televisiva del Commissario Montalbano» (p. 95).

Del Maestro empedoclino, infine, sono studiati magistralmente i rapporti con Pirandello e Sciascia, con una serie di riflessioni tanto più interessanti quanto più sembrano divagatorie e occasionali. Infine, viene citato il monologo su Tiresia recitato da Camilleri l’11 giugno 2018 al Teatro Greco di Siracusa, nel quale l’assimilazione con l’antico indovino (anche per la perdita della vista) permise all’autore di riflettere sulla capacità divinatoria, in una sorta di “asciutto saluto” conclusivo al suo affezionatissimo pubblico; così, infatti, si congedò Camilleri: «Può darsi che ci rivediamo tra cent’anni in questo stesso posto. Me lo auguro. Ve lo auguro» (p. 107). Come commenta Lo Scrudato, «è un congedo sospeso, ma qualcosa si riesce ancora a capire: Camilleri affida il suo tempo, la sua sopravvivenza, il suo bisogno di eternità, all’arte, come facevano i poeti antichi, quando si auguravano l’immortalità attraverso l’arte, per il riconosciuto valore alla loro poesia» (ibid.).

L’ultimo paragrafo (“Per concludere: Empedocle”) ha per protagonista l’antico filosofo agrigentino, di cui viene ricordata la preghiera agli dèi che si trova all’inizio del suo poema sulla natura; per Lo Scrudato, chiudere la sua nota con una citazione dall’opera di Empedocle, un altro agrigentino, «è un definitivo, ultimo, omaggio al paese di Camilleri che, prima di chiamarsi Vigàta, continua a chiamarsi Porto Empedocle!» (p. 108).

Mario Pintacuda

La seconda parte del libro, da me curata, si intitola “Identikit di un commissario: i romanzi di Montalbano nella produzione di Andrea Camilleri”.

In questa ampia sezione ho cercato di ripercorrere, soprattutto da lettore appassionato, i romanzi e i racconti di cui è protagonista il commissario più noto d’Italia: ecco dunque anzitutto un resoconto sulla genesi del personaggio, cui in origine l’autore avrebbe voluto destinare soltanto un libro (salvo a essere poi “costretto” da Elvira Sellerio, stante lo straordinario successo de “La forma dell’acqua”, a proseguire in quella che sarebbe divenuta una vera e propria “saga”).

Di Montalbano vengono poi esaminate le fasi della vita: dall’infanzia segnata dalla precoce perdita della madre al successivo allontanamento dal padre, colpevole di essersi rifatto una vita con un’altra donna; dalle prime fasi della sua carriera nel paese montano di Mascalippa al trasferimento a Vigàta; dal decennale rapporto a distanza con la sua Livia all’avventura spiazzante con Antonia nel romanzo “Il metodo Catalanotti” (2018).

Le vicende biografiche del commissario sono corredate da un quadro completo del suo carattere, delle sue idiosincrasie, dei suoi pregi e dei suoi innegabili difetti, delle sue manie, delle sue immutabili abitudini, delle persone che lo circondano (anzitutto i membri della sua “squadra” al commissariato), dei suoi difficili rapporti con i superiori, della sua coerenza ideologica, del suo malcelato passatismo (che sembra rispecchiare a volte l’età avanzata del suo autore), della sua vasta cultura, del suo rapporto quasi idolatrico con il cibo.

Luca Zingaretti nel ruolo del commissario Montalbano

Di Montalbano, poi, è seguito un elemento particolare e specifico (che costituisce un’altra delle differenze con il Maigret simenoniano): l’invecchiamento, il senso doloroso del tempo che passa, il timore dell’ineluttabile decadenza fisica e mentale. Da qui deriva, anche, il suo contrastante e doloroso rapporto con i ricordi: «è un gioco tinto, quello dei ricordi, nel quale finisci sempre col perdere» (“L’odore della notte”, p. 56).

Come reazione agli anni che passano, il commissario, che nei primi romanzi mostrava un’incrollabile fedeltà nei confronti della sua Livia, evidenzia sempre più la tendenza a “dimenticarla” e a sostituirla; ecco quindi che un’ampia digressione è dedicata alle donne che, via via, si pongono come “tentatrici” e “seduttrici” nei confronti di Montalbano, mentre parallelamente il rapporto con Livia si evolve e si scontra con nuove difficoltà (soprattutto dopo la mancata adozione del piccolo François, che avrebbe potuto costituire la base per un legame più profondo).

L’analisi del romanzo “Il metodo Catalanotti” (2018) è particolarmente approfondita, proprio perché costituisce di fatto l’ultimo romanzo di Camilleri in ordine cronologico, dato che “Il cuoco dell’Alcyon” (2019) era stato composto anni prima, come anche “Riccardino” (uscito postumo nel 2020), da tempo destinato a chiudere idealmente la serie su Montalbano.

Non meno opportuna mi è parsa un’accurata riflessione su “Riccardino” e sulla soluzione surreale adottata dall’autore per far “svanire” per sempre il suo personaggio, in una prospettiva “pirandelliana” che fa dell’opera un vero e proprio “metaromanzo”.

Le notizie sull’evoluzione della lingua camilleriana nei romanzi di Montalbano, da “La forma dell’acqua” a “Riccardino” (nella sua revisione finale), mirano a far cogliere l’evoluzione progressiva di uno strumento espressivo del tutto particolare e inimitabile, quel “vigatese” che è assurto al rango di lingua letteraria ma si è mostrato capace di influire potentemente persino sul lessico quotidiano di milioni di persone.

Non mancano le notizie (doverose) sulla “fiction” televisiva (sia quella principale con Luca Zingaretti, sia quella del “giovane Montalbano” interpretato da Michele Riondino), con una puntualizzazione delle differenze con i testi camilleriani.

Il problema conclusivo è quello relativo alla “sopravvivenza” di Montalbano “post mortem auctoris”: Montalbano “orfano” non per questo è condannato a “svanire” come aveva previsto il suo autore; la potente vitalità di certi personaggi, che sopravvivono alla scomparsa dei loro autori, è confermata in questa riflessione di Maria Corti, insigne filologa e semiologa milanese: «Noi moriamo, diventiamo polvere e non ci siamo più; loro, i fantasmi di quel teatro dell’immaginario che è la letteratura, escono dalla vita del testo senza morire, anzi continuano a popolare la vita degli uomini; non appartengono a nessuno e appartengono a tutti».

Bernardo Puleio

La terza sezione, “I romanzi storici di Camilleri: il rapporto con Sciascia”, è stata magistralmente curata da Bernardo Puleio, autore anche delle prime due appendici del volume.

Partendo dalla “scoperta letteraria” di Camilleri da parte di Sciascia, il critico analizza i rapporti fra i due autori, soffermandosi anzitutto sui primi romanzi storici camilleriani; infatti, come ricorda opportunamente Puleio, «Camilleri non è soltanto l’inventore di Montalbano, dal momento che non sono pochi i suoi libri d’altro genere, fantastici, libellistici, civili e di varia fiction giallo-storica» (p. 315).

Analizzando le fonti, Puleio smaschera alcune contraddizioni di Camilleri nel rapporto con Sciascia, sia quando lo accusa falsamente di “anticomunismo viscerale” (quando invece era stato eletto, sia pure da indipendente, nel PCI, con il solo torto di esserne un “intellettuale disorganico”, a differenza dell’empedoclino, che fu organico al partito, cfr. p. 319) sia quando gli attribuisce una “santificazione” della mafia (ad es. nella figura di Don Mariano ne “Il giorno della civetta”) in realtà assolutamente estranea agli intenti e all’effettiva scrittura di Sciascia.

Puleio evidenzia poi la profonda cultura di Camilleri, il quale, «attinge copiosamente alla tradizione siciliana che spazia dai veristi a Pirandello, da Brancati a Sciascia, fino all’amico D’Arrigo, ma che comprende una sterminata carrellata di autori europei e americani (nella duplice accezione di americani del Nord e di latino-americani)» (p. 322). Giustamente il critico aggiunge poi: «Il condimento di questa ricca pietanza non può che essere il “camilleriano”, il pasticcio linguistico intriso di dialetto, siciliano parlato, parasiciliano, invenzione linguistica e, abbattendo la peculiarità della lingua scritta, di cunto, cioè della capacità di far vivere il racconto in una dimensione orale, di primigenia purezza che rimanda a codici antichi della letteratura» (p. 323).

Una sezione critica molto significativa e decisamente originale è quella in cui Puleio individua un vero e proprio “metodo Camilleri” nell’approccio con il romanzo storico (pp. 324 ss.): «il lettore dei romanzi storici di Camilleri deve preliminarmente fare ‘tabula rasa’ di quello che è o potrebbe essere il codice identificativo del genere romanzo storico. […] I romanzi cosiddetti storici di Camilleri hanno infatti ben poco di storico. Innanzitutto, perché le fonti vengono spesso travisate o non esistono affatto o vengono ricostruite fantasiosamente anche quando ci siano dei ben precisi riferimenti storici. È una libertà, questa, che l’autore rivendica con sicuro orgoglio. Se a ciò aggiungiamo anche l’utilizzo di espressioni della lingua ‘inventata’ dall’autore, espressioni tipiche del linguaggio parlato, uso diffuso del turpiloquio, caratteristiche non certamente proprie del genere letterario storico che, ha, per così dire, una sua austera, rigorosa e letterarissima tradizione, ci imbattiamo perlopiù in testi che costituiscono la parodia del genere storico, che forse è uno degli intenti che ha voluto comicamente realizzare l’autore» (p. 325).

Su queste basi si pone il distacco dal modello sciasciano e, prima ancora, dalla tradizione del romanzo storico europeo; Puleio pone qui giustamente l’accento sull’ironia camilleriana, «che, con leggerezza, dissacra, ma invita a riflettere. Alla fine il narratore, anche se la narrazione si è sviluppata senza il supporto di precise indicazioni d’archivio, propone interessanti questioni morali filtrate attraverso un rapporto diacronico per cogliere genesi ed evoluzione delle maggiori problematiche sociali siciliane» (p. 328).

Lo studio del “metodo camilleriano” viene sviluppato attraverso un’analisi accurata prima di “Un filo di fumo” (1980), con un esemplare approfondimento storico sul tema delle zolfare, poi del romanzo “La strage dimenticata” (1984), testo “decisamente sciasciano” (p. 351). Con dovizia di opportune citazioni e riferimenti culturali ad ampio spettro, il critico chiarisce al lettore i meccanismi dell’operazione camilleriana, fornendo chiavi interpretative originali e spesso inaspettate.

La sezione relativa a “La bolla di componenda” (1993), come precisa Puleio, «dà la stura ad una serie infinita di discussioni e di polemiche. Esistevano ed esistono ancora in Sicilia, e probabilmente non solo in Sicilia, forme di ricomposizione, di mediazione tra i malviventi e i derubati» (p. 370). In tutta questa interessantissima trattazione la critica letteraria e storica si fa denunzia civile, esemplare presa di coscienza morale, informazione doverosa che colma lacune, suggerisce comportamenti e apre nuove prospettive. 

Nel capitolo intitolato “La storia e l’attualità”, Puleio rileva come in Camilleri prenda forma «un progetto di riscrittura senza idealizzazioni della storia siciliana e italiana postunitaria» (p. 402); infatti «è da osservare che Camilleri, senza cadere nella retorica neoborbonica ma anche senza accedere ad una esaltazione aprioristica del processo unitario quasi come se si trattasse di una fuoriuscita verso il progresso della Sicilia, intravede nel fenomeno risorgimentale e nella gestione post-unitaria dell’isola non un elemento di rinnovamento ma un elemento problematico, una condizione di sofferenza e di angoscia soprattutto a danno degli ultimi. L’unità è una mancata occasione di progresso» (pp. 403-404).

Chiude il prezioso contributo di Puleio la sezione relativa a “La mossa del cavallo” (pp. 416 ss.), a sua volta ricca di spunti di riflessione e particolarmente curata dal punto di vista dell’analisi linguistica.

Il racconto “apocrifo” intitolato “La pensione di Montalbano” è inizialmente ambientato nel borgo di Boccadasse, a Genova

Quanto alle tre appendici del volume, mentre le due curate da Bernardo Puleio («“La rivoluzione della luna” e il donnesco governo» e «Il tema del doppio in “Riccardino”») continuano ad offrire una messe di osservazioni preziose ed originali, l’ultima appendice presenta un “apocrifo camilleriano”, cioè un mio raccontino intitolato “La pensione di Montalbano” (pp. 457-466).

Lungi dal voler in alcun modo competere con l’ineguagliabile modello camilleriano, il racconto riporta il volume al tono complessivo di “lusus” che caratterizza l’intera opera; un “lusus”, però, non privo – mai – di sottintese intenzioni, quale (in questo caso) quella di rendere omaggio ad Andrea Camilleri e al suo Montalbano, divenuto ormai a tutti gli effetti “patrimonio dell’umanità”.

Mario Pintacuda

Palermo, 13 ottobre 2023

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

1 commento

  1. Tantissime congratulazioni.
    Per il nostro diletto non trascurate di tenere viva la passione per Camilleri e per le creature e i luoghi cari al grande Siciliano

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