Un anno di Covid (n. 19): Il governo Draghi a immagine di tutti / “Conte fu” (riscrittura del “5 maggio” manzoniano)

Proseguo la riproposizione dei miei post di Facebook relativi alla pandemia; eccone altri due.

Il primo post risale all’11 febbraio e si intitola “Un governo a propria immagine e somiglianza”.

Analizzando la plebiscitaria adesione (con l’eccezione di Meloni e Di Battista) al nascente governo Draghi e scorrendo le entusiastiche dichiarazioni di tutti i partiti (che ai loro elettori dichiaravano il trionfo della loro linea politica), pervenivo ad alcune conclusioni che i mesi successivi dimostrarono fondate: «1) tutti i leader politici rassicurano la loro base elettorale sul pieno accoglimento delle loro richieste; 2) Draghi viene da tutti considerato espressione del loro pensiero; 3) Draghi però “non si sbilancia”, ascolta, prende appunti e va avanti per la sua strada»

53) 11.02.21

UN GOVERNO A PROPRIA IMMAGINE E SOMIGLIANZA

Una delle caratteristiche del nascente governo Draghi sembra quella di essere “universalistico” e di accontentare tutti (Di Battista e Meloni esclusi). Basta scorrere le dichiarazioni dei leader dei principali partiti, al termine delle seconde consultazioni del premier incaricato, per avere la sensazione che non solo tutti hanno mostrato soddisfazione per le indicazioni ricevute ma hanno trionfalmente sottolineato che le loro richieste sono state pienamente accolte da Draghi. Il nuovo presidente del consiglio viene visto da tutti come colui che realizza tutti i loro programmi (alla faccia della loro conciliabilità) e come colui che consente loro di presentarsi a testa alta ai loro elettori.

Basterà citare alcuni esempi in proposito.

Ieri Matteo Salvini, ricevuto da Silvio Berlusconi a Villa Grande, la nuova residenza romana del presidente di Forza Italia, ha ribadito la ferma intenzione del “centro-destra” (formula per lo meno azzoppata dalla dissidenza della Meloni) «di dare un contributo, con senso di responsabilità e senza porre alcun veto, per risollevare il Paese da una gravissima crisi sanitaria, economica e sociale».

Il neo-europeista Salvini ha aggiunto le solite sue dichiarazioni alla sessantamilionesima persona plurale (quella che ha per soggetto non “io” ma “gli Italiani”): «Gli italiani hanno fretta. Hanno fame di salute, di lavoro, di scuola e di libertà. Non si può perdere altro tempo: noi rinnoviamo – come Lega e come centrodestra – la disponibilità a dar vita al nuovo governo che metta al centro la salute degli italiani, il taglio delle tasse, il taglio della burocrazia, un ritorno alla vita. Non poniamo veti e non diciamo “no” pregiudiziali. Responsabilità, velocità ed efficienza: noi ci siamo». Salvini dunque guarda il bicchiere mezzo pieno: nessun aumento delle tasse, nessuna patrimoniale, ma piuttosto «l’avvio di un tavolo per diminuire il carico fiscale a partire dall’Irpef»; apprezza anche l’impostazione di Draghi sul Recovery e glissa su quota 100 («è in vigore fino al 31 dicembre, ne parleremo allora»).

Ecco dunque il Draghi n. 1, quello visto dalla Lega, che taglia le tasse (antico slogan salviniano), pensa agli “Italiani” e fa “tornare alla vita”. Tra parentesi, il primo indizio di questo “ritorno alla vita” è stata la clamorosa e “politicamente scorrettissima” stretta di mano fra Salvini e Berlusconi all’uscita da Villa Grande e a favore di telecamera (molto meno audace era stata la gomitata reciproca di saluto fra Berlusconi e Draghi il giorno prima…).

Sul fronte opposto, Luigi Di Maio ieri sera su Facebook (alla vigilia dell’odierna consultazione della piattaforma Rousseau) ha così affermato: «“Noi dobbiamo partecipare a questo nuovo governo. Capisco che ci sono tanti dubbi, ma io mi fido di quello che abbiamo fatto insieme negli ultimi 8 anni, e mi fido di Grillo che ha sempre visto più lungo di tutti quanti noi. Io domani voterò convintamente sì». Del resto, Di Maio ha potuto sbandierare la conferma, da parte di Draghi, delle linee programmatiche indicate dal Movimento: niente ricorso al MES, mantenimento del reddito di cittadinanza e quota 100, istituzione del nuovo “Ministero per la transizione ecologica” (esempio trionfale di accoglimento delle richieste del Movimento). [Resterebbe un dubbio che nessuno chiarisce: ma in tre anni al governo perché il Movimento degli Zainetti non se l’era creato prima, questo essenziale Ministero ora tanto sbandierato?]

Comunque sia, dalle dichiarazioni di Di Maio viene fuori il Draghi n. 2 “simil-grillino”, che conferma tutte le indicazioni del Movimento e che quindi merita il sostegno plebiscitario degli iscritti e, forse, uno zainetto in regalo.

Quanto a Nicola Zingaretti, ha dichiarato su Rai 3: «Nel PD c’è unità assoluta su un punto che condivido anche io: con Draghi con le nostre idee, con i nostri valori. Perché la storia sta dimostrando che le nostre idee hanno fondamento. E Draghi ha garantito un’idea di Europa». Inoltre l’europeismo convinto, l’atlantismo e l’ambientalismo del nuovo premier danno grande soddisfazione ai dem, che possono anzi rallegrarsi di avere indotto Salvini a convertirsi all’europeismo “sulla via di Damasco”.

Ne viene fuori il Draghi n. 3, fedele realizzatore delle indicazioni dei democratici e affidabile delegato delle loro indicazioni politiche.

E i renziani? Davide Faraone ha rivendicato la loro vittoria: «Draghi ha dato priorità alla vaccinazione degli insegnanti, come Italia viva aveva chiesto». Inoltre Matteo Renzi, all’uscita dalle consultazioni, ha attraversato velocemente il corridoio che porta ai gruppi parlamentari e ha apostrofato così i cronisti: «Sono felice. Ciao, I love you» (per ora sta facendo un corso intensivo di Inglese, l’ennesimo, e – anche se la pronuncia corretta resta una chimera utopistica – la buona volontà è davvero tanta).

Non c’è dubbio, dunque, che ci sia anche un “Draghi n. 4”, in perfetta sintonia con quel Renzi che alle tre precedenti forze politiche aveva destinato di recente i suoi sberleffi.

Non basta ancora. Ieri «un sostegno convinto» al premier incaricato è arrivato dagli industriali (Draghi ha incontrato prima Anci e Regioni, poi l’associazione italiana delle banche e, in seguito, Confindustria e sindacati). Inoltre Cgil, Cisl e Uil hanno messo, come questione prioritaria sul tavolo, quella della proroga dello stop ai licenziamenti (loro sul tavolo lo hanno messo e l’importante era “dirlo”). In realtà, come riferisce chi ha partecipato a queste consultazioni di ieri, Draghi «ha ascoltato» più che parlare, «non si è sbilanciato» e «non ha preso impegni»; ma va bene lo stesso; si saranno capiti da un’occhiata, da un ammiccare delle palpebre, da un sorrisetto.

Ecco dunque un “Draghi n. 5”, un po’ sindacalista ma indubbiamente adorato da Confindustria.

In definitiva, se si fa l’eccezione della Meloni (che peraltro ha dichiarato la disponibilità “patriottica” di Fratelli d’Italia al sostegno dei provvedimenti giudicati accettabili) e di Di Battista (per natura incapace di scendere a qualunque patto, sia con se stesso sia con gli altri), il quadro è quello di un plebiscito incondizionato e quasi trionfale in favore del futuro premier; questi, con un solo partito all’opposizione (Fratelli d’Italia), dovrebbe contare su una base di 573 voti alla Camera e 294 al Senato (al netto delle possibili defezioni nel Movimento degli Zainetti).

Riassumendo: 1) tutti i leader politici rassicurano la loro base elettorale sul pieno accoglimento delle loro richieste; 2) Draghi viene da tutti considerato espressione del loro pensiero; 3) Draghi però “non si sbilancia”, ascolta, prende appunti e va avanti per la sua strada. E c’è da credere che questa strada sia già ben definita e non da oggi (Mattarella non avrebbe giocato questa carta avventatamente e al buio), a prescindere dal paziente ascolto (ascolto e basta) delle istanze delle varie parti politiche. Questo ovviamente tutti i leader politici lo sanno e lo capiscono; ma ai loro elettori (sempre considerati come bambinetti che si bevono qualunque cosa, specie se sono le solite cose) danno ampie rassicurazioni che, nonostante il neonato grande assembramento politico, le loro idee di fondo sono state mantenute e che Draghi farà quello che loro (?) gli hanno chiesto.

Il “gioco delle parti” fa parte ormai della politica italiana: le ideologie (ammesso che esistano ancora) cedono sempre il passo alla convenienza del momento e alla continua propaganda pre-elettorale.

Come direbbe la Bibbia: «I partiti dissero: “Facciamo Draghi a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”. I partiti dunque crearono Draghi a loro immagine e gli dissero: “Sii fecondo e moltiplicati, riempi la terra, soggiogala e domina sui pesci del mare e e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia in Italia”». Amen.

Il secondo post, del 14 febbraio scorso, si intitola “Il 13 febbraio” e costituisce un “remake” del “5 maggio” manzoniano; ma qui la data si riferiva all’insediamento del nuovo governo Draghi e alla conseguente “sparizione” di Giuseppe Conte: “Conte fu. Siccome immobile, / date le dimissioni, / stette il legale immemore, / orbo del suo potere, / così percosso, attonito / a casa or se ne sta”. E via di questo passo…

In realtà il leader spodestato era destinato, come si è visto in seguito, a un ritorno in campo sotto nuova veste; ma non si sa se i suoi cento giorni, o forse qualcuno in più, siano destinati a culminare in una nuova Waterloo (gli si può solo augurare cordialmente di no).

Il post era seguito da tre postille critiche, che riporto fedelmente alla fine.

IL 13 FEBBRAIO (Ode)

Conte fu. Siccome immobile,
date le dimissioni,
stette il legale immemore,
orbo del suo potere,
così percosso, attonito
a casa or se ne sta,


muto pensando all’ultima
ora da presidente;
né sa se mai più un simil
ruolo istituzionale
la sua immobil vita
a rianimar verrà.


Lui folgorante a Roma
vidi tre anni e tacqui

quando, con vece assidua,
cadde, risorse e giacque;

dei DPCM al sonito
paziente mi adeguai.


Vergin di servo encomio
e multimediale oltraggio,
sorgo or perplesso al sùbito
sparir di tanto raggio:
e sciolgo un post a Facebook
che niuno leggerà.


Dall’Alpi a Capo Passero,
da Volturara a Roma,
di quel securo il fulmine
seguiva Casalino;
scoppiò da Foggia ad Ostia,
dall’uno all’altro mar.
Puranco venne il Covid

nel caro Bel Paese:

e Conte chiamò Arcuri

a complicar le cose.

[Con giacche assai eleganti,

profumo di colonia,

gemelli sempre ai polsi,

taschino con pochette

e frasi a grande effetto,

indubbiamente onesto

e serio e laborioso

e grande mediatore,

col tanto dichiarare

si rese popolare,

pur se fra il dire e il fare

restava un ampio mare;

si fece anche apprezzare

per la sua dignità.

Ma poi si illuse troppo

di essere essenziale

e infin dal fuoco amico

si fece crivellare].

Fu vera gloria? Ai poveri
l’ardua sentenza: nui
chiniam la fronte a Draghi,

che non volle in lui

del creator suo spirito

nessuna orma stampar;

nel gruppo dei “migliori”

Di Maio lo beffò

e nell’ “alto profilo”

il suo nason stonò.

La procellosa e trepida
gioia d’un gran disegno,
l’ansia d’un cor che indocile
insegna e pensa al governo;
e il giunge, e tiene un premio
ch’era follia sperar.


Tutto ei provò: la gloria
del tutto inaspettata,

Di Maio con Salvini

e poi con Zingaretti,

le trappole di Renzi

e i rari “costruttori”;

da Chigi al tristo esiglio:
due volte nella polvere

e a lungo sull’altar.

Ei si nomò: i politici,
l’un contro l’altro armati,
perplessi un dì si volsero
all’umile avvocato;
ei fe’ silenzio, ed arbitro
garante fu tra lor;

di esser perenne molti

gli dieder l’illusione

e di servirlo sempre

infidi spergiurâr.

E sparve, e i dì nell’ozio
passò lontan da Roma,
segno di molta invidia
e di pietà svanita,
di critiche feroci
o di tenace amor.

Come sul capo a Conte
l’onda si avvita e pesa,
l’onda su cui del misero,
alta in passato e tesa,
scorrea la vista a scernere
Prodi, da lui lontan;

tal su quell’alma il cumulo
delle memorie scese!

Oh quante volte ai posteri
volle narrar sue imprese,

la sua stupenda favola

e il dolce dominar;
ma quell’eterne pagine
giammai riuscì a finir:

(a Casalino aiuto

provò egli a dimandare,

ma quello conosceva

a stento l’ABC).

Oh quante volte, al tacito
morir d’un giorno inerte,
chinato il ciuffo indocile,
le braccia al sen contorte,
stette, e dei dì che furono
l’assalse il sovvenir!


E ripensò ai grillini,
ai dem ed ai leghisti,

Salvini e Zingaretti,

Di Maio e Bellanova,

Speranza e Di Battista,

Gualtieri e prima Tria,
e l’onda dei renziani,
le conferenze stampa
dopo i “Soliti Ignoti”,

e i tanti suoi decreti

che andava a snocciolar,

e il tavolino in plexiglass

dal quale ancor parlò

e infin la campanella

che a Draghi tramandò.

Ahi! Forse a tanto strazio
cadde lo spirto fiero
e disperò: ma valido
venne un dì Mattarella
e in più spirabil aere
pietoso il trasportò;

e l’avviò, pei floridi
sentier della pensione,
alla sua Puglia, al premio
che “emerito” ti rende,
dov’è silenzio e tenebre
la gloria che passò.

Bello e mortal! Benefico
Bonafede ai tonfi avvezzo!
Scrivi ancor questo, allègrati;
chè mai nessun politico
di fronte a Matteo Renzi

giammai così crollò.

Tu dal legal del popolo
sperdi ogni ria parola:
Draghi che atterra e suscita,
che affanna e che consola,
non si mostrò partecipe
e il posto suo occupò.

TRE PICCOLE NOTE CRITICHE (per i più curiosi)

1) In alcuni codici (ad es. nell’Apulus Vetustissimus 130221) l’Ode presenta uno strano titolo alternativo: “Il 5 m’aggio” (con tanto di apostrofo); ciò ha suscitato un intenso dibattito filologico e c’è ovviamente chi ha pensato a un banale errore ortografico (variamente attribuito dagli studiosi a Casalino, a Di Maio, a Salvini o forse alla Azzolina). Il titolo però rimanda indubbiamente a un manoscritto autografo dell’avv. Giuseppe Conte, trovato in una remota stanza del Quirinale, dilavato, graffiato e redatto in lingua pugliese, in cui il Wilamowitz credette di decifrare questa nota, vergata a mano con una grafia nervosa ed agitata: “Il 5 m’aggio convinciuto che Renzi era ‘nu gran mariuolo e ‘o 26 gennaio aggio dato le dimissioni” (cfr. “Philologische Abweichungen zum Titel einer Contian-Ode”, ed. Von der Leyen, Berlin 2021, p. 754).

2) La strofa indicata fra parentesi è stata ritenuta spuria dal Lachmann (Falsche Interpolationen in einem Contian-Manuskript, ed. Betrüger, Tarokkenburg 2021, p. 1785).

3) Infine, secondo il Kirchhoff, in fondo al manoscritto si leggerebbe (a stento) un’aggiunta di altra mano, in latino: “Sic transit gloria mundi” (in proposito cfr. Philologische Studien zu einem Contian-Manuskript aus dem Quirinal, ed. Merkel & Merkel, Hamburg 2021, p. 845).

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *